Maria Lai

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Non ho avuto il privilegio di conoscerti. Una tua opera custodita nell’aula consiliare di Villasimius mi ha fatto compagnia per molti anni. L’ho imparata a memoria. A volte mi ha distratto da riunioni importanti. Altre volte mi ha salvato da riunioni noiose.

Adesso a Nostro Signore serviva un nuovo angelo e ha scelto te. Inimitabile anche lassù.

Ci vediamo a Villasimius.

SA

Surfare la crisi. Del planare e del pompare

L'atleta più vincente nella storia della vela sarda di tutti i tempi, unica al mondo ad aver vinto due volte sia mondiali che europei, vive e si allena a Cagliari. Plana e pompa a meraviglia nonostante la crisi.

L’altro giorno un amico mi ha proposto questa suggestione: “Sto surfando la crisi. Ci sono le onde alte, io per fortuna sono sull’onda, ma per rimanerci ho bisogno del vento. E invece piano il piano il vento sembra scemare”. Poi un’altra amica della redazione, che capisce della materia, mi scrive così commentando l’idea di ragionarci su: “Se hai acquisito abbastanza velocità e hai scelto il lato giusto, continui a planare anche sulle difficoltà, nei cosiddetti buchi di vento. Altrimenti ti tocca pompare per stare al passo”.

Tradurrei così la prima riflessione: se sei bravo cavalchi l’onda e quindi non ti fai travolgere. Ma anche i bravi hanno bisogno della materia prima del caso, cioè del vento. In questa congiuntura economica negativa mi pare che vento ce ne sia poco e che quel poco venga prodotto da pochi, eroici personaggi che soffiano. Non è sufficiente e non mi accontento di pensare che le mancate politiche espansive siano l’unica causa della bonaccia. Forse qualche responsabilità in più risiede nel mercato del credito. Il problema è nella scarsa fiducia, e questa sì è responsabilità dei governanti e di chi non soffia abbastanza.

La seconda riflessione parte da una strategia (sufficiente velocità e lato giusto) che ti porta o a planare (cioè a godere dei vantaggi di aver fatto una strategia) o a doverti impegnare molto (pompare, penso) per stare su. Qui non c’è fiducia sociale e non c’è pianificatore politico, c’è solo intelligenza o fatica per stare sull’onda e avanzare.

Essendo lontanissimo dagli sport acquatici, sospetto che il primo si riferisse al surf, la seconda al windsurf. La differenza è la vela.

Sul ruolo della vela torneremo presto.

SA

p.s.: grazie Francesca e grazie Milo

 

In copertina: l’atleta più vincente nella storia della vela sarda di tutti i tempi, unica al mondo ad aver vinto due volte sia mondiali che europei, vive e si allena a Cagliari. Plana e pompa a meraviglia nonostante la crisi, il frutto dell’isola che si impegna: Marta Maggetti.

Tre equivoci sul Turismo

il.viaggio.non finisce.mai-xIl tema é rilevante. Soprattutto se l’attività in questione rappresenta un terzo della produzione nazionale. Con un po’ di equivoci.
Equivoco 1. Turismo al plurale. Non é più tempo di un solo turismo, buono dovunque e per tutte le stagioni. O forse non lo é mai stato. Funzionano molto meglio i turismi, nelle diverse destinazioni e, in ciascuna di esse, nelle diverse stagioni. Ciascun turismo ha un’identità dal lato dell’offerta, che diviene emozione da trasferire nelle preferenze di consumo
Equivoco 2. Non é turismo se non si dorme. Abbiamo il vizio di pensare che un bene archeologico sia un attrattore turistico in sè. Talora anche se registra poche visite. È vero, ma non basta. Perché il turismo sia tale, cioè un’attività economica che traina reddito e occupazione, il turista deve dormire. Se non lo fa, lascia reddito altrove. Diranno in tanti che il rischio è cementificare. No, mettere prima a valore il patrimonio improduttivo. Se non basta ne parliamo. Magari avere quel problema
Equivoco 3. Viaggio in Portogallo. É la più bella guida turistica che sia mai stata scritta. È indirettamente commerciale, dá risalto al territorio e sullo sfondo descrive una bella organizzazione territoriale della produzione. Turismo è emozione organizzata, il business viene di conseguenza. José Saramago Viaggi.

SA

La casa é tua, la facciata é di tutti

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I beni e i servizi pubblici sono caratterizzati dai concetti di non escludibilità (a nessun individuo può essere impedito di godere di quel bene) e di non rivalità (l’uso del bene da parte di un individuo non fa diminuire la fruibilità del bene stesso per tutti gli altri). Fra gli esempi più chiari troviamo la Difesa e la Ricerca di base. Di natura simile sono le risorse collettive, che sono non escludibili ma rivali. Fra queste può essere inserita la fruizione ambientale, che è non escludibile, in quanto non si può in astratto negare ad alcuno che goda dei pieni diritti civili di fruirne, ma può essere rivale, in quanto l’uso da parte di un soggetto fa diminuire il livello di fruibilità da parte di tutti gli altri.

E’ anche per questo che un ente istituito per la tutela ambientale deve fare sì che il livello di rivalità non sia eccessivo, poiché troppa rivalità comporta l’uso privilegiato di pochi e, per ogni utilizzo, una non sostenibile diminuzione del livello successivo di fruibilità.

A livello amministrativo, l’uso dei beni collettivi acquisisce rilevanza nel momento in cui si concede a un privato di trarre beneficio economico dall’uso di un bene pubblico. Escludendo altri dall’uso, l’Ente Pubblico deve trovare una compensazione in termini di durata della concessione, in termini di canone concessorio e soprattutto nella pubblicità dell’affidamento in gestione. Nulla vale, in astratto, la pretesa di utilizzo esclusivo per trarne una rendita da posizione che non ha giustificazione nella sfera pubblica. In caso contrario, perché un negoziante dovrebbe acquistare uno stabile da adibire ad attività d’impresa se poi un concorrente, non sopportando lo stesso investimento, trae le stesse rendite?

Ancor più intrigante è interpretare una porzione della proprietà privata in ottica pubblica. E’ tuo e solo tuo tutto ciò che non è liberamente frequentabile dalla collettività. E’ tuo, ma sottoposto a norme di tutela collettiva, ciò che si propone anche solo visivamente alla collettività. Ragionare così significa anche dare una dimensione di paesaggio al pensiero urbanistico. Un paesaggio al pensiero, forse.

SA

Piano, Sulcis

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Non è facile parlare di Sulcis. Soprattutto a causa dei troppi luoghi comuni che fanno di un dramma economico e sociale un argomento da bar dello sport. Una riflessione seria la fa Francesco Pigliaru qui, sottolineando la scarsa competitività delle produzioni del territorio. Il carbone non è un prodotto desiderato dal mercato perché di scarsa qualità. L’alluminio ha una pesante diseconomia legata al processo produttivo bauxite-allumina-alluminio e nel Sulcis questa filiera è pensata male e attuata peggio. La speranza è la messa a valore degli elementi di vantaggio competitivo: l’ambiente e le produzioni agroalimentari di elevato pregio.

Un’altra riflessione esperta è di Walter Ganapini, che intravvede un sentiero di innovazione tecnica e tecnologica per il Sulcis qui. Comunque la si pensi, questi contributi non sono da bar dello sport e a dirla tutta soddisfano più del Piano Sulcis. Quest’ultimo sembra infatti intriso di buona volontà ma fa un po’ di confusione fra congiuntura e struttura. Gran parte delle misure sembrano tese a tamponare le distorsioni attuali ma il rischio è che si tratti di aperitivi dei fallimenti già vissuti.

Questa preoccupazione discende da tre elementi. Primo: il Sulcis ha un problema di infrastrutture di tipo generale, non di infrastrutture a vantaggio del comparto industriale. Ciò che manca è la vivibilità delle città, la salubrità del territorio, le infrastrutture immateriali, la giusta densità di opportunità economiche e diritti di accesso ai servizi pubblici. Secondo: l’effetto del supporto pubblico in conto capitale agli investimenti può ben essere modesto se manca il corretto contesto di regolazione dei mercati e di infrastrutture, come abbiamo provato ad accennare qui. Terzo: l’attuazione di qualunque Piano Sulcis ha bisogno di autostrade amministrative; se non si rimuovo le distorsioni derivanti dalla vischiosità dei processi decisionali e burocratici nessun investimento pubblico avrà effetti di periodo medio. E sarà solo l’ultima fatale illusione.

In ogni caso, nulla si potrà fare senza un grande cantiere preliminare e pubblico, dedicato alla bonifica integrale e approfondita del territorio. L’inquinamento industriale ha già, certamente, causato danni irreversibili alle risorse naturali ma occorre recuperare i livelli minimi di vivibilità. Anche perchè il turismo e il vino prodotti in aree sporche non funzionano. E per fare un distretto turistico e un distretto del Carignano occorre far guadagnare terreno (nel vero senso della parola) alle eccellenza già presenti e premiate dal mercato.

SA

Il mare (in teoria) non sopporta confini

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Da troppo tempo il mare è considerato soltanto un elemento naturale.

Certo, un elemento importante. Gli studi sugli habitat marini e sulla biodiversità che vi è ospitata sono ricchissimi in numero e qualità e fra essi quelli sul Mediterraneo sono la grande parte almeno nello scenario comunitario.

Tali studi hanno condotto all’implementazione di politiche comunitarie molto stringenti per i paesi membri fin dagli anni ottanta. Tali politiche, peró, cominciano oggi ad apparire insoddisfacenti poichè troppo orientate alla conservazione rispetto alle ricadute sociali ed economiche per le comunitá. Il concetto di mare come risorsa per lo sviluppo localizzato e la crescita regionale appare relegato al margine.
Eppure decenni di politiche di conservazione paiono aver prodotto effetti rilevanti. Nel 1979 le coste italiane sottoposte a divieto di balneazione per prevenzione sanitaria erano il 36% dello sviluppo costiero nazionale. Oggi sono solo il 7,5%, aree in larga parte prospicenti grandi insediamenti industriali. Nel 1985 in Italia il 61% dei Comuni costieri scaricava acque nere e grigie a mare. Nel 2004 questo dato era già sceso al 19% e si puó stimare che oggi non superi il 3%. Le aree protette marine nel bacino del Mediterraneo sono passate da 4 a 59 nell’ultimo ventennio. Di queste 24 sono italiane, alle quali se ne aggiungono una decina appena decretate o in fase istruttoria.
Perchè dunque comincia a insinuarsi anche negli organi decisionali europei una certa insoddisfazione? In primo luogo perchè la nuova consapevolezza ambientale ha oramai pervaso l’agire quotidiano di vasta parte della popolazione, divenendo un elemento di discrimine su moltissime sfere dell’interazione sociale, economica e politica. In secondo luogo perchè il mare è sempre piú luogo di interessi economici che ingenerano al contempo profitti per multinazionali e grandi rischi di inquinamento. Il 76% del petrolio grezzo viaggia per mare. Il traffico di merci provenienti da Cina e India e destinate ai porti commerciali europei negli ultimi dieci anni è cresciuto del 640% e il dato non appare stabilizzarsi.

Lo stesso turismo balneare, al netto della contrazione economica degli ultimi anni, continua a rappresentare un peso rilevante nella ricchezza nazionale dell’area mediterranea. Infine, il mare è oggetto di attenzione perchè permangono anche in epoca globalizzata numerosi contesti locali in cui la pesca rappresenta un veicolo di opportunità di reddito e occupazione non trascurabile.
Occorre quindi muoversi su logiche diverse rispetto al passato e il principale elemento di riflessione appare risiedere nel fatto che il mare mal sopporta i confini. Dal lato fisico il mare non ha confini, è forse l’elemento naturale che meno evoca confini. Eppure, come in molte altre sfere del sociale, i confini ce li inventiamo. Per esempio, ci siamo inventati il confine fra il mare e la spiaggia, derisi dalla grande parte degli scienziati, che da decenni ha dimostrato l’unicità dell’habitat marino-costiero. Noi oggi stiamo in spiaggia e siamo sottoposti a certe norme, ma come entriamo in mare a fare il bagno siamo sottoposti a norme diverse. Perfino gli organi di controllo sono stati per tanto tempo diversi. Eppure quando il mare sta male la spiaggia ne risente ed è abbastanza vero anche il contrario.
Perfino nelle politiche ambientali abbiamo creato confini. Un esempio illuminante sono i sistemi di depurazione. Oggi per la costruzione di un’area marina protetta non è necessario che la porzione terrestre retrostante abbia un sistema terziario che chiude il ciclo delle acque.
Un altro esempio è rappresentato dai livelli di tutela. Si creano sempre piú aree protette a mare, il che è un bene ragionando in grosso. Il rischio è peró creare tante piccole bacinelle iper- tutelate anzichè abbattere i confini della tutela e favorire leggi regionali di tutela del mare (e una legge nazionale da riscrivere che le consenta, ma ci si potrebbe accontentare di un testo unico intelligente). Poi certo vi saranno delle aree specialmente protette perchè bomboniere di biodiversità da mostrare intonse. Ma non possiamo più permetterci di pensare che ció che accade accanto a un’area protetta sia ininfluente. In mare non si possono erigere muri di confine nè disegnare campi da calcio.
Non possiamo competere con i costi di impianto e di gestione delle destinazioni turistiche del nord Africa (e la contrazione delle presenze nell’ultimo triennio è solo congiuntura negativa dovuta a problemi socio politici), non siamo New York e neppure Roma.

Noi siamo quelli che hanno il mare.

Dobbiamo solo avere il coraggio di tutelarlo con una nuova ottica: la tutela in sé coniugata con i profitti delle imprese di medio periodo.

SA