
Da troppo tempo il mare è considerato soltanto un elemento naturale.
Certo, un elemento importante. Gli studi sugli habitat marini e sulla biodiversità che vi è ospitata sono ricchissimi in numero e qualità e fra essi quelli sul Mediterraneo sono la grande parte almeno nello scenario comunitario.
Tali studi hanno condotto all’implementazione di politiche comunitarie molto stringenti per i paesi membri fin dagli anni ottanta. Tali politiche, peró, cominciano oggi ad apparire insoddisfacenti poichè troppo orientate alla conservazione rispetto alle ricadute sociali ed economiche per le comunitá. Il concetto di mare come risorsa per lo sviluppo localizzato e la crescita regionale appare relegato al margine.
Eppure decenni di politiche di conservazione paiono aver prodotto effetti rilevanti. Nel 1979 le coste italiane sottoposte a divieto di balneazione per prevenzione sanitaria erano il 36% dello sviluppo costiero nazionale. Oggi sono solo il 7,5%, aree in larga parte prospicenti grandi insediamenti industriali. Nel 1985 in Italia il 61% dei Comuni costieri scaricava acque nere e grigie a mare. Nel 2004 questo dato era già sceso al 19% e si puó stimare che oggi non superi il 3%. Le aree protette marine nel bacino del Mediterraneo sono passate da 4 a 59 nell’ultimo ventennio. Di queste 24 sono italiane, alle quali se ne aggiungono una decina appena decretate o in fase istruttoria.
Perchè dunque comincia a insinuarsi anche negli organi decisionali europei una certa insoddisfazione? In primo luogo perchè la nuova consapevolezza ambientale ha oramai pervaso l’agire quotidiano di vasta parte della popolazione, divenendo un elemento di discrimine su moltissime sfere dell’interazione sociale, economica e politica. In secondo luogo perchè il mare è sempre piú luogo di interessi economici che ingenerano al contempo profitti per multinazionali e grandi rischi di inquinamento. Il 76% del petrolio grezzo viaggia per mare. Il traffico di merci provenienti da Cina e India e destinate ai porti commerciali europei negli ultimi dieci anni è cresciuto del 640% e il dato non appare stabilizzarsi.
Lo stesso turismo balneare, al netto della contrazione economica degli ultimi anni, continua a rappresentare un peso rilevante nella ricchezza nazionale dell’area mediterranea. Infine, il mare è oggetto di attenzione perchè permangono anche in epoca globalizzata numerosi contesti locali in cui la pesca rappresenta un veicolo di opportunità di reddito e occupazione non trascurabile.
Occorre quindi muoversi su logiche diverse rispetto al passato e il principale elemento di riflessione appare risiedere nel fatto che il mare mal sopporta i confini. Dal lato fisico il mare non ha confini, è forse l’elemento naturale che meno evoca confini. Eppure, come in molte altre sfere del sociale, i confini ce li inventiamo. Per esempio, ci siamo inventati il confine fra il mare e la spiaggia, derisi dalla grande parte degli scienziati, che da decenni ha dimostrato l’unicità dell’habitat marino-costiero. Noi oggi stiamo in spiaggia e siamo sottoposti a certe norme, ma come entriamo in mare a fare il bagno siamo sottoposti a norme diverse. Perfino gli organi di controllo sono stati per tanto tempo diversi. Eppure quando il mare sta male la spiaggia ne risente ed è abbastanza vero anche il contrario.
Perfino nelle politiche ambientali abbiamo creato confini. Un esempio illuminante sono i sistemi di depurazione. Oggi per la costruzione di un’area marina protetta non è necessario che la porzione terrestre retrostante abbia un sistema terziario che chiude il ciclo delle acque.
Un altro esempio è rappresentato dai livelli di tutela. Si creano sempre piú aree protette a mare, il che è un bene ragionando in grosso. Il rischio è peró creare tante piccole bacinelle iper- tutelate anzichè abbattere i confini della tutela e favorire leggi regionali di tutela del mare (e una legge nazionale da riscrivere che le consenta, ma ci si potrebbe accontentare di un testo unico intelligente). Poi certo vi saranno delle aree specialmente protette perchè bomboniere di biodiversità da mostrare intonse. Ma non possiamo più permetterci di pensare che ció che accade accanto a un’area protetta sia ininfluente. In mare non si possono erigere muri di confine nè disegnare campi da calcio.
Non possiamo competere con i costi di impianto e di gestione delle destinazioni turistiche del nord Africa (e la contrazione delle presenze nell’ultimo triennio è solo congiuntura negativa dovuta a problemi socio politici), non siamo New York e neppure Roma.
Noi siamo quelli che hanno il mare.
Dobbiamo solo avere il coraggio di tutelarlo con una nuova ottica: la tutela in sé coniugata con i profitti delle imprese di medio periodo.
SA
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